La cravatta del reverendo Bateman

Di tutte le persone che si erano conosciute, presentate, salutate in quei quattro giorni di traversata, non ne era rimasta nessuna che avesse conservato in viso un’ombra di umanità. I visi deformati in espressioni agghiaccianti, abbrutite dallo sforzo di spingersi, di urtarsi, di correre più veloce di qualcun altro, i muscoli contratti degli uomini e delle donne che si accalcavano intorno alle scialuppe, tutto ciò si confondeva in un’unica entità umana indistinta che ringhiava, strepitava, muoveva le mani impallidite dall’aria gelida come fossero tentacoli. Un unico, indefinibile disordine. I rumori, la vertigine che dava guardare quella nuova altezza sull’acqua gelida, ma più di tutto le espressioni, le urla, il movimento disordinato di quel sol uomo agonizzante.
I marinai stavano pronti, tesi, per calare la scialuppa quando fosse arrivato il momento. Avevano caricato alcune donne, alcuni bambini. Le madri si stringevano ai figli, in fondo alla scialuppa si vedevano le sottane che nessuno si premurava di nascondere, gli orli delle camicie da notte che non si era fatto in tempo a sostituire con degli abiti, i piedi scalzi, o calzati da stivaletti che si urtavano, si muovevano frenetici. Un ufficiale chiamava le donne e i bambini perché salissero sulla scialuppa. Le strappava di volta in volta dalla calca disumana, con uno strattone le spingeva verso la scialuppa, urlando agli altri di restare indietro. Più di una volta dovette colpire un uomo più risoluto degli altri che si faceva largo come un animale braccato verso la barca. Al di sopra di quel caos infernale, con uno sforzo di gola e di petto chiamava a raccolta le ultime passeggere.
Spingendo e trattenendo per un braccio una donna, un uomo corpulento si faceva largo verso l’ufficiale. Parlando in fretta chiese se c’era ancora posto sulla barca, spinse delicatamente la donna verso la barca e l’aiutò a scendere con una mano.
-Reverendo, può salire anche lei, c’è ancora posto!- Strillò una delle donne sedute sulla scialuppa. Il reverendo sembrava assente. Seguiva i movimenti della donna appena accompagnata come trasognato, barcollando per la forza delle mani e dei corpi di chi, dietro di lui e trattenuto da qualche marinaio, lo strattonava tirandogli la giacca. L’ufficiale, che aveva estratto una pistola, gli fece segno di muoversi, se doveva salire. Intanto dava ordini perché la scialuppa venisse calata.
Quando la donna si fu sistemata, si voltò verso il reverendo, che se ne stava perfettamente immobile, come indeciso.
-Robert! Lo chiamò con il terrore nella voce. Allungò una mano, alcune donne la trattennero, si sporse tanto da riuscire quasi a toccarlo. –Robert. Chiamò di nuovo.
Il reverendo mosse un passo, le toccò le dita. Fece un gesto, come se volesse raggiungerla, ma all’ultimo si trattenne. L’ufficiale gli urlava di sbrigarsi, intorno a loro la folla inferocita continuava a strillare. La signora, sulla scialuppa, continuava a tener protesa la mano verso di lui. Tutte le donne della scialuppa si voltarono a guardarlo.
Il suo viso risaltava sullo sfondo di quel caos disumano. Perché era disteso. Nessuna smorfia, né occhi fuori dalle orbite, né occhi arrossati di pianto. Aveva i muscoli del viso distesi, come quelli di un morto di morte dolce, nel sonno. La sua figura si muoveva, spinta e sollecitata dalla gente intorno, senza che opponesse alcuna resistenza. Solo gli occhi, sotto le sopracciglia distese innaturalmente, in quel corpo che appariva come svuotato, mandavano scintille vitali. Occhi di solito così posati, luminosi, occhi che ora vedevano la propria vitalità spegnersi nella più commovente e rassegnata delle espressioni.
L’ufficiale gli urlò un’ultima volta di sbrigarsi, con un gesto bruco diede l’ordine di cominciare a calare. Il reverendo si voltò verso di lui, con voce ferma e decisa gli disse di calare, che sarebbe rimasto.
La donna che l’aveva accompagnato lanciò un urlo, si protese, strepitò, lo chiamò tendendogli entrambe le braccia. Qualcuno la trattenne, i bambini che un momento prima di erano calmati ripresero a piangere, mentre la figura straziata urlava e piangeva, afferrando il bordo della barca con quanta forza le restava.
Mentre i marinai azionavano le gru e le corde scorrevano lentamente, ruvidamente, intorno ai passanti con un cigolio lugubre, il reverendo si chinò sul bordo della nave che colava a picco, inginocchiandosi. Sorrideva, con un sorriso triste. Le labbra invitavano alla quiete, ma gli occhi parlavano di morte. Afferrò la mano della donna, la strinse forte, tenendola fra le mani finché poté, man mano che la scialuppa si allontanava dal ponte. Il reverendo e la donna si guardavano negli occhi, e negli occhi del reverendo si intravedeva la quiete, la rassegnazione, la necessità nela stessa misura in cui, in quelli della donna, si scorgeva e si avvertiva lo strazio, lo stesso strazio che il sol uomo inferocito e reso brutale dalla paura avvertiva, respirava come un miasma, trasudava insieme al sudore gelato.
Quando furono troppo lontani per tenersi le mani e il nodo ferreo di quella stretta minacciò di allentarsi, il reverendo si alzò, si sfilò la cravatta e la gettò alla donna. E con le labbra livide per il freddo modulò, incoraggiante, Se non ci vedremo in questa vita, ci vedremo nella prossima, con il tono di chi fa una promessa, con la pacatezza un po’ umida di chi saluta un amico sulla predellina del treno.
Quando la scialuppa ebbe toccato la superficie piatta e nera dell’acqua, il reverendo ormai non si vedeva più.

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